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Il Natale e la speranza

Io e mia moglie Raffaella abbiamo appena ricevuto degli splendidi auguri dalla nostra amica Dina, attraverso un articolo di Julián Carrón apparso su La Repubblica del 23 dicembre, che desidero riproporvi con questo post.

Caro Direttore,
sono stato colpito dalle letture che la Liturgia ambrosiana proponeva il lunedì della terza settimana di Avvento. Come devono essere rimasti sconcertati i membri dell’antico popolo di Israele davanti alle parole del profeta Geremia: «Divorerà le tue messi e il tuo pane; divorerà i tuoi figli e le tue figlie; divorerà i greggi e gli armenti; distruggerà le città fortificate nelle quali riponevi la fiducia» (Ger 5,17). Annunciava loro che un’altra nazione stava per sconfiggere il regno su cui avevano riposto fiducia. «Allora, se diranno: “Perché il Signore nostro Dio ci fa tutte queste cose?”, tu risponderai: “Come voi avete abbandonato il Signore e avete servito divinità straniere nel vostro paese, così servirete gli stranieri in un paese non vostro”» (Ger 5,19).
È come se questo fosse detto per noi; oggi vediamo segnali che preoccupano tutti, come se quello che ha sostenuto la nostra storia non potesse resistere all’urto dei tempi: un giorno sono l’economia, la finanza e il lavoro, un altro la politica e la giustizia, un altro ancora la famiglia, l’inizio della vita e la sua fine naturale. E così, come l’antico Israele di fronte a una situazione preoccupante, anche noi ci domandiamo: «Perché accade tutto questo?». Perché anche noi siamo stati talmente presuntuosi da pensare di cavarcela dopo avere tagliato la radice che sosteneva l’edificio della nostra civiltà. Negli ultimi secoli, infatti, la nostra cultura ha pensato di poter costruire il futuro da sé, abbandonando Dio. Ora vediamo dove ci sta portando questa pretesa.
Davanti a tutto questo che ci siamo procurati, il Signore che cosa fa? Ce lo indica il profeta Zaccaria, parlando al suo popolo Israele: «Ecco, io manderò», attenzione al nome, «il mio servo Germoglio» (Zc 3,8). È come se davanti alla crisi di un mondo, il nostro – i profeti userebbero per descriverla un’immagine a loro molto cara, quella del tronco secco -, spuntasse un segno di speranza. Tutta l’enormità del tronco secco non può evitare che in mezzo al popolo, umile e fragile, spunti un germoglio, nel quale è riposta la speranza del futuro.
Ma c’è un inconveniente: anche noi, quando vediamo apparire questo germoglio – come coloro che erano davanti a quel bambino a Nazareth -, possiamo dire scandalizzati: «È mai possibile che una cosa così effimera possa essere la risposta alla nostra attesa di liberazione?». Da una realtà così piccola come la fede in Gesù può venire la salvezza? Ci pare impossibile che tutta la nostra speranza possa poggiare sulla appartenenza a questo fragile segno, ed è motivo di scandalo la promessa che solo a partire da esso si possa ricostruire tutto. Eppure uomini come san Benedetto e san Francesco hanno fatto proprio così: cominciarono a vivere appartenendo a quel germoglio che si era inoltrato nel tempo e nello spazio, la Chiesa. E sono diventati protagonisti di popolo e di storia.
Benedetto non affrontò da arrabbiato la fine dell’impero, non protestò perché il mondo non era cristiano, né si lamentò perché tutto crollava, accusando l’immoralità dei suoi contemporanei. Piuttosto testimoniò alla gente del suo tempo una compiutezza del vivere, una soddisfazione e una pienezza che divenne attraente per tanti. E fu l’albore di un mondo nuovo, piccolo quanto si vuole – quasi un niente paragonato al tutto, un tutto che pur franava da ogni parte -, ma reale. Quel nuovo inizio fu talmente concreto che l’opera di Benedetto e di Francesco è durata nei secoli e ha trasformato l’Europa, umanizzandola.
«Egli si è mostrato. Egli personalmente», ha detto Benedetto XVI parlando del Dio-con-noi. E don Giussani: «Quell’uomo di duemila anni fa si cela, diventa presente, sotto la tenda, sotto l’aspetto di un’umanità diversa», in un segno reale che desta il presentimento di quella vita che tutti attendiamo per non soccombere al nostro male e ai segnali del nulla che avanza. È la speranza che ci annuncia il Natale, per cui gridiamo: «Vieni, Signore Gesù!».
Grazie.

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Buon Santo Natale 2008

La novità è un fatto: Egli si è mostrato.

“Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio.” San Paolo non annuncia dei ignoti. Annuncia Colui che gli uomini ignorano, eppure conoscono: l’Ignoto-Conosciuto; Colui che cercano, di cui, in fondo, hanno conoscenza e che, tuttavia, è l’Ignoto e l’Inconoscibile…

continua…

Benedetto XVI

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Nicolino Pompei – 26 febbraio 2000.

Ci sono riuscito! (con il download del video, intendo…).

Al termine della Santa Messa del nostro matrimonio (vedi mio post oggi mi sposo di qualche settimana fa), abbiamo chiesto a Nicolino il suo intervento, affinchè ci aiutasse a rendere più chiaro il Vero significato del matrinonio.

Prima parte:

… continua

Affinchè sia una possibilità, per voi riconoscere, per altri amici incontrare, il medesimo, sorprendente, meraviglioso, intelligente avvenimento di Cristo… un fatto per cui vale la pena affrontare tutto…

Con immensa gratitudine. Marco e Raffaella.

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In ricordo di Stefano Tesoro

Volevo ricordare con questo post il mio amico Stefano Tesoro, che qualche mese fa è tornato alla casa del Padre. E lo voglio fare riportando le parole di Nicolino, in occasione della morte di mio suocero Giggino, che molto hanno aiutato me e mia moglie Raffaella in quell’occasione. E’ un messaggio lasciato da Nicolino sulla segreteria telefonica di Raffaella e Alessandra, per cui le ripetizioni e imperfezioni sono dovute alla mia difficoltà di riportarle scritte.

Così diceva Nicolino:

… oso usare questa modalità per il prorompente desiderio di farvi sentire anche fisicamente con la mia voce, la mia presenza e comunione con voi e condividervi, dentro questa circostanza, e assicurarvi la mobilitazione di tutta la mia mendicanza al Signore attraverso la Madonna perchè vostro papà sia accompagnato e si ritrovi tra le braccia del Mistero che è Padre Eterno, Uomo e Misericordioso e gli sia concesso il riposo e la pace eterna cioè la vita eterna, cioè la pienezza della vita, cioè la vita vera.

V’invito insieme a me a lasciarvi richiamare dalla provocazione di questa circostanza, circostanza che è inevitabile per ogni uomo, perchè innanzitutto per noi la vita, sia riguardata la vita, la nostra vita in ogni suo istante, perchè la vita in ogni suo istante sia nella continua tensione al rapporto con chi è la consistenza di tutto, il mistero da cui tutto è originato e in cui tutto consiste e a cui tutto è destinato e che si è rivelato come uomo in Cristo Gesù.

Non possiamo non lasciarci riprovocare da questa circostanza perchè la vita, nella vocazione che ci è stata concessa, donata, sia questa adesione e rapporto con chi è consistenza di tutto.

Tutto deve essere per questa adesione, obbedienza a chi è la consistenza di tutto. Mai dimenticando ma nella continua coscienza che deve essere sempre richiamata, che tutto è per il Destino cioè tutto è per la Vita Eterna, la vita vera, la vita piena. Cristo, il rapporto con lui presente, riconosciuto presente, ci rende possibile e ci assicura già fin d’ora.

Questo richiamo è proprio inevitabile perchè tutto è per questo. Se non è in questo è nella menzogna. Perchè questo essenzialmente, con parole essenzialissime, non possiamo non ritrovarcelo come urgenza, richiamato come urgenza nella morte di vostro papà.

Non potevo mancare nel farvi sentire minimamente questa mia presenza e questa comunione e questo richiamo che innanzitutto coinvolge e richiama voi, noi. Il nostro dolore lo offriamo a Cristo perchè possiamo ritrovarci sempre amici così per l’unica e vera ragione della nostra amicizia. Perchè ripari la nostra personale infedeltà e perchè, come sempre ci siamo richiamati, chi non lo conosce lo possa riconoscere, possa riconoscere il Mistero fatto carne, l’unico Salvatore, Redentore dell’uomo.

Perchè la vittoria di Cristo risplenda dentro ogni momento della vita degli uomini…

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Tutto posso in Colui che mi dà forza (Fil. 4, 13).

Non ho resistito! E’ con gioia che vi dò il benvenuto nel mio blog personale, il mio spazio virtuale: uno strumento di comunicazione trasparente e partecipativo. Per giorni mi sono domandato in merito all’utilità e alla necessità di un mio blog; alla fine ho deciso di partire. Un modo davvero efficace per riflettere e fare ordine: mettermi a scrivere.

Proprio oggi, nella prima lettura, San Paolo nella lettera ai Filippesi li ringrazia per l’aiuto materiale che gli hanno inviato. Il tono prevalente è quello della gioia, anche se si trova in prigione.
La gioia di San Paolo è fondata nella pace di Dio, antidoto ad ogni ansietà.

Tutto posso in Colui che mi dà forza.

E con gioia dedico questo spazio a mia moglie Ida Raffaella! Proprio in questi giorni il mistero ci ha fatto conoscere per la prima volta al Gipsy: Raffa! Vieni un po’ qua… che fai stasera? …era il 1995…

Un abbraccio a Nicolino, e al nostro movimento Fides Vita.

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